“La verità” mi disse G. guardandomi con un’amalgama di sconforto, tristezza e frustrazione che le turbinava negli occhi “è che se scrivo per gli altri non ci sono problemi, vado come un treno. Ma quando provo a scrivere a nome mio, ogni volta che mi trovo di fronte alla pagina bianca è come se qualcosa dentro di me mi sussurrasse “Tanto non interessa a nessuno quello che hai da raccontare”.

Eccolo lì, quello che io chiamo l’Angosciatore… quell’omino nel nostro cervello sempre pronto a buttarci addosso secchiate di ansia, spesso nei momenti meno opportuni. Non lo fa per cattiveria, poverino: lui è convinto di metterci al sicuro! Solo che a volte fa in modo che raccontiamo a noi stessi storie che non sempre ci sono d’aiuto.

Come funzionano le storie che ci raccontiamo

L’arte della narrazione è antica almeno quanto il genere umano. Ci raccontiamo storie perché abbiamo bisogno di dare un senso chiaro e in qualche modo stabile a ciò che accade intorno a noi, per sentirci sicuri e in controllo delle cose. Attraverso le storie il nostro cervello riorganizza le esperienze, traduce i dati in significati e colma i vuoti riempiendoli di senso.

Una narrazione, se osservata nelle parti che la compongono, è una concatenazione di cause ed effetti e se tra le une e gli altri non c’è un nesso evidente e diretto, allora noi riempiamo quel vuoto, di solito scegliendo il collegamento più “economico”, perché è così che funzioniamo. Molti autori di narrativa giocano proprio su questa nostra inclinazione per provocare quello che si chiama “effetto di straniamento”, cambiando le carte in tavola all’ultimo momento per provocare nel lettore un piccolo shock. Ma questa, forse, è un’altra storia…

Ogni storia è anche legata a un’emozione (anche più di una, in effetti) e, per citare un bellissimo Ted Talk della professoressa Daniela Lucangeli, “l’emozione è più potente del sistema cognitivo, è il Grande Decisore ed è un decisore intelligente che però ha solo due risposte […] scappa se ti duole, tieni e cerca se ti fa bene”.

Numerosi studi hanno mostrato come le storie scatenino in noi delle vere e proprie reazioni neurochimiche, che influiscono sul nostro corpo, e come un racconto attivi nel nostro cervello le stesse aree che si attiverebbero se quell’esperienza fosse realmente vissuta. In pratica, se ci raccontano, o leggiamo, o immaginiamo (raccontando a noi stessi) che c’è un profumo nell’aria, un suono in lontananza, un motivo per cominciare a correre, il nostro cervello si comporta come se stessimo davvero annusando, come se stessimo davvero ascoltando, come se ci stessimo davvero preparando a scappare. Diciamo che i neuroscienziati hanno spiegato che non siamo pazzi se saltiamo sulla sedia quando guardiamo un thriller e il cattivo di turno spunta fuori all’improvviso! Almeno per una parte del nostro cervello quell’evento è reale.

Se c’è un cattivo (causa) allora mi spavento (emozione) e mi preparo a scappare (effetto); se non interessa a nessuno quello che ho da dire (causa), allora vado in frustrazione (emozione) e non mi metto a scrivere (effetto).

Di fatto, in qualche modo le storie ci preparano ad agire. O a non agire. Con un unico obiettivo di fondo: quello di preservarci.

Ma allora perché alcune storie non funzionano?

Ci sono storie che ci impediscono di agire proprio quando vorremmo agire.

Il racconto di G. iniziava con “La verità è che…”, ma il punto è proprio questo: non si tratta di una verità, ma di un’interpretazione delle esperienze. Non c’è nessun cattivo reale fuori dalla nostra finestra, pronto a tagliarci la gola.

Questo comporta che ogni momento della nostra vita è un’interpretazione, che i fatti contano meno della narrativa e che, se il contenuto della costruzione narrativa ci duole, scappiamo…

Pare anche che abbiamo una particolare propensione a fare più attenzione agli aspetti negativi delle cose che a quelli positivi. Lo chiamano negativity bias e dovrebbe essere un’eredità di quando vivevamo ancora nelle caverne, o giù di lì: all’epoca ignorare un pericolo era questione di vita o di morte, quindi ci siamo allenati molto bene a fare il contrario. Per questo quando sorge nella nostra testa la voce dell’Angosciatore, il più delle volte è proprio a lui che diamo retta. Le sue sono narrative potenti, che per noi sono in qualche modo vere, esattamente come tutte le altre storie. E siccome ci fanno male, scappiamo ed evitiamo di fare ciò che, invece, vorremmo.

Come mettere a tacere l’Angosciatore?

La mia esperienza mi dice che non è possibile farlo stare zitto del tutto (ma sono sempre pronta a ricredermi!). Credo che questo derivi dal fatto che ha la stessa funzione di quelle storie di pericoli in agguato che ci raccontavamo intorno al fuoco quando ci vestivamo ancora di pelli di mammut. L’Angosciatore, in realtà, ha a cuore la nostra sicurezza.

Questo, però, significa anche che da qualche parte, dietro a quello che ci racconta, si nasconde una buona intenzione, solo che anche le storie dell’Angosciatore sono un’interpretazione: lui ha collegato male causa-emozione-effetto ed è venuta fuori una storia spaventosa.

Se anche a te è capitato che ti sussurrasse qualcosa di sconfortante all’orecchio, ho un gioco da proporti, ci vogliono circa 5 minuti. Pronuncia ad alta voce la frase incriminata e ascolta che effetto ti fa. Poi ripetila ancora, più e più volte, ma cambiando ogni volta timbro vocale o aggiungendo un difetto di pronuncia: può avere la r moscia come un “pvincipe che si vispetti”, oppure la cadenza da Milanese Imbruttito; può essere la voce di Paperino inc…ato nero o quella di Dory che parla il balenese… Puoi alzare e abbassare il volume come più ti piace e, se ti va e ci riesci, puoi anche raggiungere gli ultrasuoni. Insomma, puoi fare tutto ciò che vuoi, l’unico vincolo è che sia qualcosa che ti piace e ti diverte: hai appena fatto il tuo ingresso nel Mondo del Tutto è Possibile, goditela!

Se ti fa piacere puoi anche dare all’Angosciatore un’immagine, un aspetto concreto. Il mio Angosciatore, per esempio, somiglia ad Alfred Hitchcock nelle sue introduzioni di “Alfred Hitchcock presenta”, ha anche la musichetta di accompagnamento: mi ha sempre fatto ridere!

Dopo che hai strapazzato per benino il tuo povero Angosciatore, chiediti: quale potrebbe essere l’intenzione positiva della sua storia?

Infine, ripeti la frase con la tua voce naturale e nota tutto ciò che c’è di diverso rispetto a prima nell’effetto che ti fa.

Questo gioco non farà sparire l’Angosciatore, e nemmeno ha la pretesa di farlo, proprio perché sono convinta che ci sia del buono in ciò che ci racconta. Ma è un gioco che ci dà una mano proprio a scovare il buono della sua storia, quella parte che serve a dare un’interpretazione diversa alle cose e a dare meno peso a tutto il resto. Anche perché come si fa a prendere sul serio un omino calvo e panzuto che ti si para di fronte dicendo con voce nasale:  «Signore e signori, buonasera»?

 

Nota a margine: si sconsiglia di effettuare l’esperimento in luogo pubblico, per evitare l’effetto collaterale di vedersi trasportati in psichiatria.

PS. se vuoi sapere com’è andata a finire per G. beh, ha iniziato a rendere pubblici degli scritti di sua mano che girano da qualche parte nell’etere digitale, hanno pubblicato per beneficenza un racconto a nome suo e, se sei arrivat* fin qui, probabilmente ti ha interessato ciò che lei ha da raccontare…

 

Alcuni riferimenti, per approfondire:

  • Il bellissimo Ted Talk della professoressa Lucangeli “Cortocircuiti emozionali“; parla dell’apprendimento, ma è davvero emozionante e ricco di spunti validi per molte altre cose;
  • Una panoramica sugli studi degli effetti delle storie sul nostro cervello si trova sul NY Times.; è in inglese, ma googlando googlando si trovano anche articoli in italiano, solo che non ne ho trovati di così completi;
  • Sul negativity bias, invece, in italiano si trovano solo accenni sommari; una bella panoramica (ma in inglese) si trova qui;
  • Infine, onore al merito, la foto di intestazione è di Inês Pimentel e si trova su Unsplash