Ok, con un titolo del genere può sembrare che come coach mi stia tirando la zappa sui piedi, visto che il lavoro di coaching si basa proprio sugli obiettivi. Ma se anche a te è capitato di sentirti in sovraccarico o di provare frustrazione o, peggio ancora, di aver perso cose importanti mentre cercavi di raggiungere i tuoi obiettivi, allora hai già sperimentato in prima persona gli effetti di quello che intendo.

Che si tratti di raggiungere una certa posizione lavorativa, ottenere un risultato sportivo o trovare l’amore della propria vita, spesso gli obiettivi che ci poniamo cominciano con una storia, che a grandi linee suona più o meno così: “Sarò felice quando…”. Ecco, questa è una storia tossica, una di quelle storie che non funzionano. Questa, in particolare, crea una vera e propria gabbia intorno a noi, solo che al di là delle grate c’è Madama Felicità

E noi finiamo per correre e correre dietro ai nostri obiettivi, come il proverbiale criceto nella ruota, e non essere mai soddisfatti. Perché se è vero che “Sarò felice quando…” è vero anche che “Non sarò felice prima di…”. Se poi alla fine ce la fai ad arrivare dove volevi, potresti ritrovarti a scoprire che ciò che hai raggiunto non compensa tutta la fatica che hai provato e tutto quello che hai trascurato nel frattempo; se, invece, proprio non ce la fai, questo risultato andrà a incidere sul tuo senso di autostima.

Quindi al bando tutti gli obiettivi? Beh, no… se no poi io su cosa lavoro? 😀

Per fortuna “spesso” non significa “sempre”: ci sono obiettivi che non hanno storie tossiche alla base, bisogna riuscire a distinguere un tipo di obiettivo dall’altro.

Al cuore di un obiettivo

Noi facciamo tutto ciò che facciamo per una ragione di fondo: provare soddisfazione. In questo senso, non esistono obiettivi buoni e obiettivi cattivi in assoluto, quello che dà soddisfazione a me potrebbe non darne a te. Esistono, perciò, obiettivi che funzionano o che non funzionano, e sono comunque soggettivi.

Come fare, allora, per distinguere un obiettivo funzionale da uno non funzionale? Prendo in prestito uno dei titoli di Simon Sinek (uno dei miei autori preferiti sui temi della comunicazione di oggi): comincia dal perché. Quello è il motore di tutto. Del resto, i bambini lo sanno benissimo che quello è il modo per capire certe cose ed è per questo che ci tartassano con le loro domande scomode…

Allora perché non giocare anche noi al Gioco dei Perché?

È un gioco che ha solo 2 regole:

  1. non ci sono perché che non hanno senso
  2. non ci si può fermare prima di aver risposto a 5 perché

Prendi carta e penna, dai un titolo al tuo obiettivo e scrivilo in cima al foglio. Sotto rispondi al perché di base: perché lo vuoi?

Una volta trovato il perché di partenza, chiediti il perché del perché e prosegui così fino a una catena minima di 5 perché

Osserva l’ultimo perché che hai trovato e domandati: fa cantare il mio cuore?

Se la risposta è “no”, sai che ti stai impegnando per un obiettivo non funzionale e, probabilmente, c’è qualcosa che hai bisogno di fare per aggiustare un po’ il tiro, perché comunque c’è sempre un’intenzione positiva nelle cose che facciamo.

Se la risposta è “sì”, ottima notizia: il tuo è un obiettivo che fa per te, tienitelo stretto.

Godersi il viaggio

Alla fine dei conti l’inganno degli obiettivi sta nel pensare che siano destinazioni e che solo raggiungerle ci darà ciò che cerchiamo. Ma se il nostro Cuore non canta mentre siamo impegnati a compiere tutti i passi che ci servono per arrivare fin lì, siamo sicuri che ne valga davvero la pena?

Se invece alla radice di un nostro obiettivo c’è una ragione che fa cantare il nostro Cuore, allora è probabile che saremo in grado di goderci ogni singolo istante del viaggio e che quell’obiettivo sarà solo uno dei modi per dare voce a quella ragione.

La foto di intestazione è di Bernard Hermant e si trova su Unsplash