Se ne stava lì, con il suo baule di timori e trepidazione, di fronte al grande amore della sua vita che stava per allontanarsi, forse per sempre. Dirglielo o no? Confessare o no i propri sentimenti? Aprire o non aprire il proprio cuore all’altra persona, con il rischio di una ferita? Poi decise, un respiro e disse tutto. Disse di un sentimento mai sentito prima, disse della meraviglia che provava ogni volta che guardava nei suoi occhi, disse dell’immenso, piacevole stupore nel fare le piccole cose insieme. Poi attese. E di là, un silenzio imbarazzante. Rotto solo da un balbettato: “Scusa… io non…”. Poi il nulla.

Se tu fossi il migliore amico di questa persona che ha scelto di aprire il suo cuore, cosa le diresti? Considereresti ciò che ha fatto un atto di coraggio oppure di debolezza? E se invece fossi proprio tu quella persona, cosa penseresti di te? Alcuni ricercatori dell’Università di Mannheim, partendo dal lavoro di Brené Brown, hanno studiato la differenza nel modo di valutare noi stessi e gli altri quando ci troviamo in una situazione di vulnerabilità. Lo studio ha provato che quando guardiamo gli altri esporsi emotivamente e volontariamente a un’altra persona, nonostante la paura e i rischi, siamo propensi a considerarli coraggiosi. I ricercatori lo chiamano “beautiful mess effect” ossia “effetto meraviglioso pasticcio”.
Se si tratta di noi, invece, ci concentriamo più facilmente sugli aspetti negativi che su quelli positivi e vediamo la nostra vulnerabilità come debolezza. In pratica, ci giudichiamo più severamente di come giudichiamo gli altri.

Siamo i più inclementi giudici di noi stessi

La spiegazione che lo studio dà per questa disparità sta nel fatto che, quando vediamo noi stessi in una situazione di vulnerabilità, tendiamo a focalizzare la nostra attenzione su dettagli molto concreti e a notare di più gli aspetti negativi. Il che, di conseguenza, ci porta ad avere un’opinione negativa della nostra vulnerabilità. Al contrario, quando guardiamo gli altri in una situazione vulnerabile, ne valorizziamo aspetti più astratti e positivi, valutando positivamente anche le loro azioni.

Trovo che sia una discordanza interessante, questo nostro osservare una stessa cosa e giudicarla debolezza dall’interno e, invece, coraggio dall’esterno. Suppongo che in parte possa essere dovuta a quel meccanismo di salvataggio che ci fa concentrare su quanto di negativo possa succedere e ci fa raccontare a noi stessi storie che non ci aiutano.

Quali che ne siano le cause, comunque, questa doppia valutazione fa un torto sia a noi stessi che agli altri. A noi stessi perché non ci riconosciamo il merito del coraggio che ci vuole a mostrarsi a qualcun altro a pelle viva. Agli altri perché sottovalutiamo la loro capacità di vederci in modo positivo. È un po’ come se ci dicessimo che tutto ciò che facciamo è e sarà uno spaventoso disastro e che gli altri non potranno che avere sempre una pessima opinione di noi.

Una falla nella ricerca della perfezione

Se davvero è questa la visione che abbiamo di noi stessi, nel nostro naturale desiderio di sentirci legati agli altri è logico, allora, che ci sforziamo così tanto per cercare di essere perfetti. Così facendo, alimentiamo l’annoso conflitto tra il voler essere amati per come siamo e l’affannarci nel fingerci diversi, per essere amati.

Eppure, a quanto pare, le persone che ci circondano sono molto più aperte ad accogliere la nostra vulnerabilità di quanto lo siamo noi. La realtà, per fortuna, è meno dura di come ce la figuriamo: siamo tutti il meraviglioso pasticcio gli uni degli altri.

Quell’atto volontario di esporci emotivamente ci mostra in tutta la nostra umanità, con tutte le nostre imperfezioni, e ci sono molte persone là fuori che trovano decisamente più attraente questo che qualcuno che pretende di essere perfetto. Perché? Perché in questo possono finalmente vedere il riflesso di se stesse.

Se tu sei pront* a mostrare le tue imperfezioni e riesci a sentirti a tuo agio nel farlo, allora posso riuscirci anche io. E come io riesco ad amarti mentre vedo il meraviglioso pasticcio che sei, allora anche io posso essere amata. Ma se tu sei perfett* e io so di non essere perfetta, semplicemente perché vivo questa cosa ogni singolo giorno della mia vita, allora non posso che prendere le distanze da te, per soffrire un po’ meno per la mia manchevolezza.

Nel cercare di essere perfetti per piacere agli altri, in realtà stiamo creando con gli altri distanza.

Le persone apprezzano quando siamo autentici e noi, nel farlo, non solo possiamo liberarci dal fardello di correre dietro a un miraggio irraggiungibile, ma diamo anche agli altri il permesso di sentirsi a proprio agio con la loro vulnerabilità. La vulnerabilità ci aiuta a creare legami più solidi e un senso di comunione profonda con le persone che contano per noi. Nonostante possa causarci sofferenza nel breve termine (sofferenza data da emozioni come vergogna, paura, imbarazzo), c’è un gran guadagno nel lungo termine, a mostrarci vulnerabili.

Quindi d’ora in poi più vulnerabilità per tutti? Sì. E no.

Il primo passo è dare il permesso a noi stessi

Dopo anni passati a cercare di essere altro da chi siamo, ci vuole consapevolezza e un po’ di allenamento, per tornare a vedere la meraviglia del pasticcio che siamo e sentirne il piacere.

Abbiamo bisogno di prenderci il nostro spazio e praticare un po’ di “meraviglioso pasticcio” nella nostra vita quotidiana, a partire dalle storie che ci raccontiamo. Visto che il punto messo in evidenza dallo studio dell’università di Mannheim è che tendiamo a concentrarci sulle cose negative che ci riguardano, la prossima volta che ti senti vulnerabile, perché non fai caso a cosa ti stai raccontando e non provi a cercare più lati positivi? Non importa se in partenza sono tanti o pochi, uno in più non guasta mai. Si tratta di imparare a rompere lo schema e a prendere confidenza con il sentirsi comodi nel vestire i panni del nostro sé vulnerabile.

E poi? Aprirsi con chiunque? Qui per rispondere prendo in prestito i suggerimenti di Brené Brown (sì, ancora lei… si capisce che l’ammiro?): scegli chi merita di vedere la tua vulnerabilità e scegli anche le persone da cui accogliere i giudizi. Parafrasando la studiosa, non interessarti del giudizio di chi parla senza essere sceso davvero nell’arena. O, per dirla in maniera dantesca, “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Infine, porta pazienza: magari non riuscirai ad esprimere la tua autenticità la prima volta che ci proverai, e forse nemmeno la seconda, ma con il tempo darai sempre più spazio a chi sei veramente.

La foto di intestazione è di Josh Calabrese e si trova su Unsplash

Un estratto dello studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology